Partire per un viaggio lungo non è così semplice, soprattutto per chi ha già una certa età ed ha vissuto una vita inquadrata da un lavoro fisso e quindi schemi di vita piuttosto ripetitivi. A questo aggiungiamo il fatto di viaggiare da soli. Il mio primo viaggio lungo è stato nel 2016-’17 quando avevo circa 56 anni, in occasione di un’aspettativa che mi ero presa dal mio lavoro di insegnante di scuola superiore.
Destinazione era la Thailandia. Partii a metà del mese di ottobre , dopo aver terminato di smontare la mia mostra a Cesano Maderno. Avevo già il volo di ritorno prenotato per dicembre. Non stavo per niente bene a livello psicologico e la canalizzazione che feci in montagna dove andai da sola a passare la notte all’aperto, mi aveva indicato di partire per un viaggio all’insegna del piacere e della leggerezza, nel quale seguire passo per passo i miei bisogni e desideri.
Partii prenotando solo la prima settimana in un ostello di Bangkok. Benché mi fossi informata sulle condizioni di sicurezza della città e del paese in generale per una donna sola e avessi ricevuto rassicurazioni, ero in ansia e preoccupata. La prima sera uscii chiedendo al proprietario dell’ostello, un italiano, se potevo inoltrarmi nella città. Ricordo che mi rispose “Se qui succede qualcosa lo si legge sulle gazzette”. Mi misi in marcia verso il centro e senza sapere nulla ad un certo punto mi ritrovai nella zona del Palazzo Reale completamente bloccata in mezzo alla folla. Non so come avvenne, si trattò probabilmente di pochi attimi. Venni così a scoprire che era morto il re e che tutta la Thailandia si stava riversando a Bangkok. In pochissimo tempo ero bloccata nel senso letterale; non si poteva camminare, fare un passo per la calca che c’era. Non ho mai amato queste situazioni e mi provocano un senso di agorafobia. Dovetti mantenere la calma e cercare di avanzare verso neppure io sapevo dove, provare ad allontanarmi, conquistandomi un millimetro dopo l’altro di spazio.
Quando riuscii a raggiungere un grande piazzale dove si poteva procedere più facilmente era già buio da un po’. La folla però mi impediva di orientarmi anche con il navigatore, perché non riuscivo a riconoscere gli spazi, la presenza di vie, tutto era sommerso dalle persone. Alla fine riuscii piano piano a ritrovare la strada per l’ostello. Pensai che quello era stato una sorta di battesimo del mio viaggio che, in qualche modo, mi indicava di perdermi, di avere fede e lasciarmi andare.
Quello che voglio raccontare è che dopo la prima settimana trascorsa a Bangkok, viaggiai verso Chang Mai e Sukhothai e poi a Phuket prenotando di volta in volta le sistemazioni. Ma ad un certo punto forse per l’ansia, per il bisogno di avere certezze, tutta la situazione sotto controllo con punti di riferimento precisi, programmi, iniziai a prenotare dalla camera di Phuket tutte le altre mete che avrei visto con le relative sistemazioni. Fu così che cominciai a viaggiare per le isole verso sud fino ad arrivare a Koh Lipe, dove mi resi conto di aver scelto una soluzione che non mi piaceva per nulla e per giunta avrei dovuto rimanervi per 15 giorni perché così avevo prenotato. Resistetti 2 giorni e poi cercai di convincere il gestore a ridarmi una parte dei soldi e mi trovai un’altra sistemazione, ma in ogni caso l’isola non mi piacque: troppi turisti, troppo chiasso.
Lì capii che stavo viaggiando in modo sbagliato, che l’errore era voler programmare per avere tutto sotto controllo e applicare così gli schemi mentali della mia solita vita, dove tutto era preordinato, confezionato, senza sorprese.
Bisognava davvero mollare gli ormeggi e lasciare che le destinazioni si inanellassero una dopo l’altra senza aver già un piano di viaggio precostituito, scegliendo di volta in volta quanto stare, prolungando i soggiorni se desideravo farlo o abbreviarli in caso contrario. Non programmare aveva il risvolto positivo di avere la libertà di gestire il viaggio giorno dopo giorno.
Lo stress che questo modo di viaggiare comportava riguardava anche la durata complessiva del viaggio.
Non avevo particolari impegni che mi attendessero a casa, avevo preso un’aspettativa. Però quando ero partita l’dea di stare via a lungo mi spaventava, avevo bisogno di sapere che dopo non molto sarei ritornata nella mia confort zone, alla mia routine di vita.
Nel frattempo sentivo chiaramente dentro di me che non ero pronta per tornare e questo mi veniva confermato anche dalle canalizzazioni. Così spostai la data del rientro 1, 2 volte, ritardandola sempre di due mesi. Alla fine verso aprile-maggio sentii che potevo tornare, ma capii anche che quando hai così tanto tempo a disposizione la cosa migliore è partire con il biglietto di sola andata e decidere il ritorno solo quando senti davvero che è giunto il momento. Tutto ciò che ho appreso è stato un processo che mi è valso un discreto stress perché comunque la mia parte razionale non voleva assolutamente mollare. E’ stata una sorta di battaglia quotidiana con gli schemi di pensiero e di vita che si riaffacciavano chiedendo sicurezza, certezze.
Durante quel viaggio che mi portò per due volte anche a Bali, ripresi a sorridere dopo tre mesi dalla partenza e dall’esterno mi arrivavano conferme sul tempo di cui avevo avuto bisogno per lasciare tutto la pesantezza che portavo sulle spalle e che rendevano chiusa la mia stessa postura.
Ancora oggi a ogni viaggio devo affrontare queste paure, ogni volta è come se partissi per la prima volta…bisognerebbe viaggiare in continuazione per mantenere e far proprio questo stato di affidamento e di apertura.
Ancora sento il bisogno di rientrare a casa per una certo tempo in attesa di ripartire nuovamente.
